Mia Figlia Rifiutava Il Bagno Dopo Le Mie Seconde Nozze-heuh

“Mamma… non voglio più fare il bagno.”

La prima volta che Lily lo disse, pensai che fosse una di quelle frasi che i bambini lanciano nella stanchezza della sera, quando il sonno arriva prima dell’obbedienza e ogni piccola cosa sembra enorme.

Aveva sei anni, una coda storta, le ginocchia sempre segnate dai giochi e quella voce piena di domande che riempiva la casa appena entrava dalla porta.

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Prima amava il bagno.

Lo amava davvero.

Chiedeva le bolle anche quando era tardi, metteva le barchette di plastica sul bordo della vasca e fingeva che il tappo fosse un porto segreto dove nessuno poteva entrare senza il suo permesso.

Quando usciva, voleva l’asciugamano più grande, quello bianco, e se lo metteva sulle spalle come un mantello.

“Sono la regina,” diceva, con i capelli bagnati appiccicati alla fronte.

Io ridevo e le strofinavo la testa piano, cercando di non tirarle i nodi.

Per questo, quella sera, quando la trovai ferma sulla soglia del bagno con gli occhi bassi e le braccia strette al petto, non sentii subito paura.

Sentii solo stanchezza.

L’acqua correva nella vasca.

Nel lavello c’erano ancora due piatti, una forchetta, un bicchiere con l’impronta del latte sul fondo.

La moka, lasciata sul fornello dopo cena, aveva ormai perso il suo calore, e in cucina restava quel profumo amaro di caffè che di solito mi faceva pensare a casa.

Quella sera, invece, tutto sembrava sospeso.

“Mamma… non voglio più fare il bagno.”

Lo disse senza alzare lo sguardo.

Io sorrisi, come sorridono i genitori quando credono di sapere già tutto.

“Lo so, amore, ma devi lavarti. È tardi.”

Lily non rispose.

Non batté i piedi.

Non si mise a discutere come faceva quando non voleva mangiare le verdure o quando chiedeva un’altra storia prima di dormire.

Cominciò a piangere.

Prima piano.

Poi con tutto il corpo.

Le spalle le tremavano in un modo che non avevo mai visto.

Chiusi il rubinetto e il silenzio che rimase mi sembrò quasi peggiore del rumore dell’acqua.

Mi inginocchiai davanti a lei.

“Ehi,” dissi, abbassando la voce. “Che succede?”

Lei scosse la testa.

La coda le sfiorò le guance, avanti e indietro, come se potesse cancellare la domanda.

“Per favore,” sussurrò. “Non farmelo fare.”

A volte la memoria è crudele perché ti restituisce esattamente il momento in cui avresti potuto capire.

Non dopo.

Non quando tutto è già crollato.

Proprio il momento preciso.

La luce gialla del corridoio.

Il tappetino blu davanti alla vasca.

Il suo piede destro che non riusciva a stare fermo.

La mia mano sulla maniglia della porta.

Io vidi tutto, e non compresi niente.

Mi ero risposata otto mesi prima.

Ryan era entrato nella nostra vita con una delicatezza che allora mi era sembrata una benedizione.

Non forzava mai la presenza.

Non alzava la voce.

Non pretendeva che Lily lo chiamasse papà.

Portava a casa il latte quando se ne accorgeva prima di me, aggiustava una mensola storta senza fare commenti, ricordava il nome dei suoi cereali preferiti e le lasciava piccoli disegni sul tavolo della cucina.

Dopo la morte del mio primo marito, avevo vissuto per anni in una specie di nebbia.

Lui era morto in un incidente sul lavoro quando Lily era ancora troppo piccola per capire la parola per sempre.

Io avevo imparato a fare tutto da sola.

A pagare le bollette con il cuore stretto.

A sorridere alle maestre anche quando non avevo dormito.

A rispondere alle domande di mia figlia senza farmi vedere cedere.

Di notte, quando finalmente la casa taceva, restavo seduta al tavolo con le mani intorno a una tazza fredda, chiedendomi quanto ancora potessi reggere.

Poi arrivò Ryan.

Non sembrava una tempesta.

Sembrava riparo.

Mia madre, all’inizio, fu prudente.

Mi osservava mentre parlavo di lui e non diceva molto.

Era una donna di poche parole, ma le sue pause pesavano più dei discorsi degli altri.

“Lily come sta con lui?” mi chiese una domenica, mentre sistemava il pane in un cestino e controllava che la tovaglia fosse dritta.

“Sta bene,” risposi troppo in fretta.

Lei alzò gli occhi su di me.

“Non ti ho chiesto se lui è gentile. Ti ho chiesto come sta lei.”

Io mi irritai.

Non perché avesse torto.

Perché avevo bisogno che avesse torto.

In quei mesi volevo una famiglia che funzionasse.

Volevo una tavola apparecchiata senza sedie vuote.

Volevo una domenica normale, il sugo che sobbolliva, il pane tagliato, qualcuno che dicesse buon appetito senza che io sentissi un nodo in gola.

Volevo poter camminare per strada con mia figlia e mio marito senza percepire gli sguardi della gente che prima mi aveva guardata come una vedova giovane, povera di futuro.

Volevo la mia Bella Figura di donna ricomposta, non per vanità, ma per disperazione.

Quando Lily cominciò a cambiare, scelsi la spiegazione più facile.

Si sta abituando.

Lo dissi a me stessa quando smise di cantare mentre disegnava.

Lo dissi alla pediatra quando ricominciò a bagnare il letto.

Lo dissi a mia madre quando notò che Lily non correva più ad aprire la porta se Ryan rientrava prima di cena.

“È tutto nuovo,” dicevo. “Casa nuova, abitudini nuove, una figura nuova. Serve tempo.”

Mia madre stringeva le labbra.

Non insisteva.

Ma quando se ne andava, lasciava sempre una mano sulla spalla di Lily un secondo più del necessario.

Lily, invece, imparò a essere silenziosa.

Non subito.

All’inizio erano piccole cose.

Una domanda lasciata a metà.

Un gioco portato dalla camera al divano, così poteva restare dove io la vedevo.

La mano infilata nella mia quando Ryan entrava in cucina.

Poi vennero gli incubi.

Si svegliava piangendo, ma quando le chiedevo che cosa avesse sognato, diceva solo che non ricordava.

Una mattina trovai il suo pigiama bagnato e lei seduta sul bordo del letto, immobile, come se aspettasse una punizione.

“Amore, non importa,” le dissi. “Può succedere.”

Lei mi guardò con una gratitudine così spaventata che avrei dovuto fermarmi lì.

Avrei dovuto prendere quel viso tra le mani e chiederle tutto.

Invece cambiai le lenzuola.

La vita quotidiana è piena di gesti che sembrano amore e invece, a volte, diventano un modo per non vedere.

Preparavo la colazione.

Le pettinavo i capelli.

Le infilavo la sciarpa se fuori tirava aria.

La accompagnavo a scuola.

Sorridevo alle altre madri davanti al cancello.

E ogni sera, quando arrivava l’ora del bagno, qualcosa in mia figlia si spegneva.

All’inizio rifiutava una volta ogni tanto.

Poi due.

Poi quasi sempre.

Infine ogni sera.

Non era un no qualsiasi.

Era il corpo che rispondeva prima della voce.

Appena pronunciavo la parola bagno, Lily diventava rigida.

Le sue mani, che di solito non stavano mai ferme, si chiudevano attorno al bordo della maglietta.

Il viso perdeva colore.

Gli occhi correvano verso il corridoio, verso le porte, verso gli angoli.

A volte si nascondeva vicino alla credenza, sotto le vecchie fotografie di famiglia che avevo appeso per far sembrare nostra quella casa.

Una foto di me e mio padre a una lunga tavola.

Una foto di Lily neonata tra le braccia del suo papà.

Una foto del matrimonio con Ryan, dove lui sorrideva e io avevo la faccia di chi vuole credere con tutta se stessa.

Quelle cornici guardavano tutto.

Io no.

Una sera provai a essere dolce.

Le portai il suo asciugamano preferito.

Le misi accanto le barchette.

Aggiunsi perfino le bolle, anche se era tardi e sapevo che avrei dovuto risciacquare la vasca.

“Vedi?” le dissi. “Come prima.”

Lily guardò l’acqua come si guarda una porta dietro cui c’è qualcosa che non deve uscire.

“Io non voglio,” disse.

“Perché?”

Lei strinse le labbra.

“Non posso dirlo.”

Quelle tre parole mi irritarono più di quanto avrebbero dovuto.

Non posso dirlo.

Mi sembrò una frase imparata da qualche paura infantile, da qualche capriccio costruito per attirare attenzione.

Ero stanca.

Ero sola anche se non lo ammettevo.

Il matrimonio, la casa, il lavoro, la scuola, le aspettative, tutto sembrava una stoffa tirata troppo, pronta a strapparsi.

Così feci quello che fanno tanti adulti quando una verità bussa troppo piano.

La rimandai indietro.

“Va bene,” dissi. “Stasera ci laviamo solo mani e viso.”

Lily annuì con un sollievo enorme.

Così enorme da essere sospetto.

Ma io lo chiamai compromesso.

Nei giorni successivi osservai Ryan più del solito.

Non notai niente.

O forse notai solo quello che mi conveniva.

Lo vedevo apparecchiare il tavolo.

Lo vedevo chiedere a Lily com’era andata a scuola.

Lo vedevo lasciare il bagno ordinato dopo la doccia, gli asciugamani allineati, lo specchio senza gocce.

Mi sembrava tutto controllo, cura, educazione.

Non pensai mai che in una casa la cosa più pericolosa possa avere proprio l’aspetto dell’ordine.

Una domenica mia madre venne a pranzo.

Portò il pane dal forno in un sacchetto di carta e un piccolo dolce, dicendo che non bisognava presentarsi mai a mani vuote.

Ryan fu impeccabile.

Le prese il cappotto.

Le chiese se preferiva acqua o un po’ di vino.

Sorrise a Lily quando lei rimase seduta troppo vicina a me.

Durante il pranzo, mia madre la osservò.

Lily mangiava piano, con la forchetta piccola, guardando il piatto.

A un certo punto Ryan si alzò per prendere il sale.

Passò dietro la sua sedia.

Lily smise di masticare.

Solo questo.

Un secondo.

Una pausa.

Una bambina che tratteneva il respiro mentre un adulto le passava alle spalle.

Mia madre lo vide.

Io vidi mia madre vederlo.

Ma quando mi guardò, feci finta di non capire.

Perché la verità, quando arriva, non entra sempre sfondando la porta.

A volte si siede a tavola con te e aspetta che tu abbia il coraggio di guardarla.

La settimana dopo, la scuola mi chiamò.

Lily aveva pianto dopo educazione fisica perché le avevano detto di cambiarsi la maglietta.

La maestra disse che forse era solo sensibilità.

Io ringraziai, presi nota, promisi di parlarle.

Quella sera le chiesi se qualcuno l’avesse presa in giro.

Lei scosse la testa.

“Allora perché hai pianto?”

Lily rimase seduta sul letto, le mani infilate sotto le cosce.

“Non mi piace quando devo cambiarmi.”

“Davanti alle altre bambine?”

Lei esitò.

“Non mi piace e basta.”

Ryan bussò alla porta della camera proprio in quel momento.

“Tutto bene?”

Lily si voltò verso il muro.

Io dissi di sì.

Ancora una volta, dissi di sì per tutti e due.

Arrivò il martedì.

Una giornata qualsiasi.

Avevo lavorato troppo, ero passata dal fruttivendolo prima di tornare, avevo dimenticato il detersivo e bruciato appena il fondo della cena.

Ryan era rientrato prima di me.

Lily era seduta sul divano con un libro aperto sulle ginocchia, ma non leggeva.

Quando mi vide, corse ad abbracciarmi.

Non un abbraccio normale.

Un aggrapparsi.

“Ehi,” dissi, accarezzandole la schiena. “Mi sei mancata anche tu.”

Ryan sorrise dalla cucina.

“È stata tranquilla.”

Non so perché quella frase mi sembrò sbagliata.

Forse perché nessun bambino dovrebbe essere descritto come tranquillo con quel tono di proprietà.

Forse perché Lily mi strinse più forte appena lui parlò.

Forse perché, per la prima volta, una parte di me non volle più addormentarsi.

La sera arrivò con i suoi gesti automatici.

Piatti nel lavello.

Pigiama sul letto.

Acqua aperta nella vasca.

Asciugamano rosa sul termosifone.

Io chiamai Lily.

“Amore, è ora.”

Lei comparve in corridoio.

Piccola.

Pallida.

Con gli occhi già pieni di lacrime.

“Mamma… non voglio più fare il bagno.”

Questa volta dentro di me si mosse qualcosa.

Non irritazione.

Non fretta.

Paura.

“Lily,” dissi, cercando di restare calma. “Dimmi perché.”

Lei chiuse la bocca.

Guardò oltre la mia spalla.

La camera matrimoniale era in fondo al corridoio, la porta socchiusa.

Ryan era lì dentro.

Lo sapevo senza vederlo.

Lo sapevo perché Lily guardava quella porta come se fosse viva.

Mi voltai appena.

Nessuno.

“È solo un bagno,” dissi, ma la frase uscì più dura di quanto volessi.

Forse parlavo a lei.

Forse parlavo a me stessa.

Appena quelle parole toccarono l’aria, Lily urlò.

Non un grido da capriccio.

Non un no.

Un urlo che mi attraversò lo stomaco.

Le ginocchia le cedettero e cadde sul tappeto del corridoio.

Io lasciai cadere l’asciugamano.

Mi inginocchiai accanto a lei.

“Lily!”

Lei tremava così forte che i denti le battevano.

Provai ad avvicinarla al mio petto, ma lei si irrigidì e spinse via le mie mani.

“No, no, no, ti prego.”

“Non ti faccio niente,” dissi, e mentre lo dicevo capii che forse il problema era proprio quello.

Io non le facevo niente.

Ma qualcun altro?

Il pensiero arrivò come una lama e subito cercai di respingerlo.

No.

Non Ryan.

Non l’uomo che avevo portato in casa.

Non l’uomo che avevo scelto dopo anni di dolore.

Non l’uomo a cui avevo affidato le chiavi, la tavola, le sere, mia figlia.

Lily premette il viso contro il tappeto.

Singhiozzava senza riuscire a respirare bene.

Io posai una mano sul pavimento, accanto a lei, senza toccarla.

“Guardami,” dissi. “Solo guardami.”

Lei sollevò appena la testa.

Le lacrime le avevano bagnato le guance e alcuni capelli le restavano appiccicati alla bocca.

“Non devo arrabbiarmi,” sussurrò.

La frase non aveva senso.

E proprio per questo mi fece paura.

“Chi te l’ha detto?”

Lily serrò gli occhi.

Dal fondo del corridoio arrivò il rumore leggerissimo di una porta.

Non una porta che si apre.

Una porta che viene trattenuta.

Come se qualcuno avesse appoggiato la mano alla maniglia e poi avesse deciso di non entrare.

Mi voltai.

La camera matrimoniale era ancora socchiusa.

La luce dentro era accesa.

“Ryan?” chiamai.

Nessuna risposta.

Lily ricominciò a tremare.

Allora il mondo, quel mondo che avevo costruito pezzo per pezzo con la testardaggine di una donna ferita, cominciò a creparsi.

Non crollò tutto insieme.

Fece prima un suono piccolo.

Come una tazza che si incrina nel lavello.

“Lily,” dissi, e stavolta la mia voce era bassissima. “Quando dici che non vuoi fare il bagno, è per l’acqua?”

Lei scosse la testa.

“È per il sapone?”

Ancora no.

“È perché hai paura di scivolare?”

No.

Ogni risposta muta mi portava più vicino a un punto che non volevo raggiungere.

Sentii le mani diventarmi fredde.

“È perché non sei sola?”

Lily smise di respirare per un attimo.

Il corridoio intero sembrò fermarsi.

Il gocciolio del rubinetto.

Il frigo in cucina.

Il tessuto del mio maglione contro il pavimento.

Tutto si fermò.

Poi mia figlia annuì.

Una volta sola.

Quasi niente.

Abbastanza per distruggermi.

Non urlai.

Non subito.

Una madre pensa spesso che, davanti al pericolo, diventerà fuoco.

Io diventai ghiaccio.

Un ghiaccio lucido, preciso, terribile.

“Chi entra?” chiesi.

Lily cominciò a piangere di nuovo.

“Non posso dirlo.”

“Puoi.”

“Si arrabbia.”

La porta in fondo al corridoio si aprì di pochi centimetri.

Ryan comparve sulla soglia.

Indossava ancora la camicia della giornata, senza una piega, e aveva quella faccia composta che gli avevo sempre attribuito alla calma.

Adesso mi sembrò una maschera.

“Che succede?” chiese.

Nessuna fretta.

Nessuna preoccupazione vera.

Solo controllo.

Lily si raggomitolò così forte che sembrò sparire dentro il pigiama.

Io mi alzai lentamente.

Il tappeto mi lasciò un segno sulle ginocchia.

“Resta dove sei,” dissi.

Ryan aggrottò la fronte.

“Scusa?”

“Ho detto resta dove sei.”

La mia voce non tremava più.

Lui guardò Lily, poi me, poi il bagno.

Fu un movimento troppo veloce.

Troppo preciso.

Come un uomo che controlla dove sono le uscite.

Lily se ne accorse e nascose la faccia contro il tappeto.

“Mamma,” gemette.

In quel momento sentii la chiave girare nella porta d’ingresso.

Mia madre aveva una copia per le emergenze.

Entrò con il suo passo lento, un sacchetto del forno tra le braccia e la sciarpa ancora al collo.

“Permesso,” disse, come faceva sempre anche a casa mia.

Poi vide la scena.

Vide Lily a terra.

Vide me in piedi davanti al corridoio.

Vide Ryan fermo sulla soglia della camera.

Il suo viso cambiò.

Non fece domande.

Le madri delle madri, a volte, capiscono prima delle parole.

Il sacchetto di pane le scivolò dalle mani.

Cadde sul pavimento con un suono sordo.

“Che è successo?” chiese, ma guardava solo Lily.

Lily alzò gli occhi verso di lei, poi verso di me.

Era come se avesse bisogno che io scegliessi finalmente da che parte stare.

E la cosa più dolorosa fu capire che, per mesi, lei non era stata sicura della risposta.

Io mi inginocchiai di nuovo, ma senza toccarla.

“Amore,” dissi. “Adesso mi ascolti. Nessuno si arrabbia con te. Nessuno. Dimmi solo cosa succede quando io non ci sono.”

Ryan fece un passo.

“Non mi sembra il caso di interrogarla così. È stanca.”

Mia madre si voltò verso di lui con una lentezza che non le avevo mai visto.

“Tu stai zitto.”

Quelle tre parole riempirono la casa.

Ryan rimase immobile.

La sua mano era ancora sullo stipite.

Le dita, però, si erano strette.

Lily respirava a scatti.

Io vidi il suo piccolo asciugamano rosa vicino alla porta del bagno.

Era piegato in modo troppo preciso.

Non lo avevo lasciato così.

Io lo appoggiavo sempre storto sul termosifone.

Lily non lo piegava mai.

Ryan, invece, piegava tutto.

Asciugamani.

Tovaglioli.

Camici.

Bugie.

A volte la prova non è un documento con una firma, non è una registrazione, non è un messaggio sul telefono.

A volte è un asciugamano piegato da una mano che non avrebbe dovuto essere lì.

“Lily,” dissi, sentendo il cuore battere lento e pesante. “Lui entra in bagno?”

Mia figlia non rispose subito.

Guardò Ryan.

Ryan fece un sorriso minuscolo.

Un sorriso che agli altri sarebbe sembrato rassicurante.

A me fece venire la nausea.

“Non la confondere,” disse lui. “Sta inventando perché non vuole lavarsi.”

Lily si tappò le orecchie.

Mia madre si portò una mano al petto e dovette appoggiarsi alla credenza.

Io guardai mia figlia.

Non guardai più lui.

“Non devi proteggere nessuno,” dissi. “Non devi essere brava. Non devi fare la bambina educata. Devi solo dire la verità.”

Le parole mi uscirono piano, ma dentro avevano tutta la furia che non avevo ancora liberato.

Lily sollevò la testa.

Le labbra le tremavano.

“Mamma… lui aspetta sempre che tu vada via.”

Il corridoio sparì.

La casa sparì.

Io sentii solo quelle parole.

Sempre.

Aspetta.

Tu vai via.

Ryan fece un altro passo, ma mia madre gli si mise davanti con una velocità che non credevo avesse più.

“Fermo,” disse.

La sua voce era bassa, ma definitiva.

Lui alzò le mani, come un uomo offeso.

“Questa è follia. È una bambina. Sta fraintendendo.”

Io lo guardai.

Per la prima volta, davvero.

Non vidi più il marito gentile.

Non vidi più l’uomo che portava il latte, che aggiustava le maniglie, che sorrideva alle maestre, che teneva le scarpe lucide all’ingresso.

Vidi un adulto che una bambina temeva al punto da crollare davanti a una vasca piena d’acqua.

E tanto bastava.

Presi Lily tra le braccia solo quando fu lei ad allungarsi verso di me.

Era leggera.

Troppo leggera.

Mi strinse il collo con una forza disperata.

“Scusami,” sussurrai nei suoi capelli. “Scusami.”

Lei pianse contro la mia spalla.

Non era ancora salvezza.

Non era ancora giustizia.

Era solo il primo secondo in cui non era più sola.

Ryan parlava.

Diceva il mio nome.

Diceva che dovevamo calmarci.

Diceva che stavamo distruggendo la famiglia.

Quella parola, famiglia, mi colpì come uno schiaffo.

Per mesi avevo cercato di proteggere l’immagine di una famiglia.

Ma una famiglia non è una foto appesa bene al muro.

Non è una tavola apparecchiata.

Non è un uomo sorridente seduto al posto vuoto di un altro.

Una famiglia è il posto dove un bambino può dire paura e venire creduto.

Mia madre raccolse il telefono dal tavolo della cucina con mani tremanti.

Non so se chiamò subito qualcuno.

Non ricordo ogni gesto.

Ricordo solo il pane sul pavimento, il rumore della vasca ancora piena, il respiro di Lily contro il mio collo.

Ricordo Ryan che, per un attimo, perse la calma.

Solo un attimo.

Il sorriso cadde.

Gli occhi cambiarono.

E in quel cambiamento io capii quante volte avevo confuso la gentilezza con il controllo.

“Dammi la bambina,” disse.

Non urlò.

Fu peggio.

Lo disse come se avesse ancora diritto a qualcosa.

Io arretrai.

Mia madre si mise tra noi.

“Non ti avvicini.”

Lily cominciò a tremare di nuovo.

Io la strinsi, ma questa volta non per trattenerla in un mondo falso.

Per portarla fuori.

Sul mobile dell’ingresso c’erano le chiavi di casa, una piccola cornice con una foto di Lily da neonata e un cornicello rosso che mia madre mi aveva regalato anni prima, dicendo che male non faceva.

Lo avevo sempre considerato un oggetto qualunque.

Quella sera lo vidi oscillare accanto alle chiavi mentre la casa respirava paura.

Presi le chiavi.

Lily nascose il viso nel mio collo.

Ryan disse qualcosa, ma non lo ascoltai.

Il corridoio fino alla porta mi parve lunghissimo.

Ogni passo aveva dentro otto mesi di segnali ignorati.

Ogni passo era una scusa che cadeva.

Ogni passo era mia figlia che tornava un po’ più vicina a me.

Quando arrivai alla soglia, Lily sollevò la testa.

Guardò il bagno.

Poi guardò me.

“Non devo tornarci?” chiese.

La domanda mi spezzò.

Perché una bambina di sei anni non avrebbe dovuto chiedere permesso per uscire dalla propria paura.

“No,” dissi. “Non ci torni.”

Mia madre era dietro di noi, il telefono in mano, il viso bianco.

Ryan restava in fondo al corridoio, con il bagno alle spalle e l’asciugamano rosa ai piedi.

Per la prima volta non sembrava gentile.

Sembrava scoperto.

Aprii la porta.

L’aria del pianerottolo entrò fredda, viva, reale.

Lily inspirò come se fosse stata sott’acqua per mesi.

Io feci un passo fuori.

Poi un altro.

E mentre la porta si richiudeva dietro di noi, sentii Ryan dire una frase che ancora oggi mi torna in mente quando qualcuno mi chiede come ho potuto non vedere.

“Non ti crederà nessuno.”

Ma aveva torto.

Perché quella notte, per la prima volta, io credevo a mia figlia prima ancora di sapere tutto.

E da quel momento, qualunque cosa fosse venuta dopo, la vecchia vita era finita.

Non con un urlo.

Non con una scena perfetta.

Con una bambina tremante, un asciugamano rosa sul pavimento e una madre che finalmente smetteva di proteggere la facciata per proteggere la verità.

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