«Hai capito cosa succede quando una moglie decide da sola?» mi chiese lui.
Voleva che firmassi un foglio con cui avrei autorizzato la vendita dell’appartamento ereditato da mio padre. Avevo rifiutato perché il denaro sarebbe finito direttamente nelle sue mani, come era già successo con i miei risparmi.

Dopo il primo giorno avevo smesso di chiedere di essere liberata. Ogni supplica li rendeva più tranquilli, come se la mia paura dimostrasse che il loro metodo stava funzionando.
Quella mattina, però, sentii il rumore di uno scooter fermarsi davanti al cancello.
Lo riconobbi.
Era il fattorino della farmacia che mi consegnava gli integratori prescritti durante la gravidanza. Avevo richiesto personalmente che ogni pacco fosse consegnato solo con la mia firma, dopo che una confezione precedente era risultata consegnata senza essere mai arrivata nelle mie mani.
Attraverso la porta della veranda vidi anche la scatola della carrozzina che mio marito sosteneva di aver restituito al negozio. Era ancora lì, chiusa con nastro nuovo e con lo spago verde che apparteneva al ripostiglio di mio padre.
Compresi che avevo una sola possibilità.
«Firmo», dissi.
Mio marito si avvicinò così in fretta da quasi scivolare sul terreno bagnato.
Sua madre posò il secchio e insieme liberarono soltanto il mio braccio destro, lasciando il resto del corpo stretto nella terra. Lui mi mise davanti il foglio della vendita e una penna, tenendomi il polso perché non potessi strapparlo.
«Prima il pacco», sussurrai. «Il fattorino deve vedermi firmare, altrimenti lo riporta indietro. Poi firmerò tutto.»
Lui esitò, ma il citofono suonò di nuovo.
Andò al cancello e tornò con il modulo appoggiato sopra un blocchetto autoricalcante. Il fattorino non poteva vedermi dalla strada, ma aspettò perché la firma doveva essere la mia.
Mio marito mise la penna tra le mie dita.
«Una firma normale», ordinò.
Cominciai con il mio nome, lentamente, fingendo che la mano fosse troppo intorpidita per muoversi. Poi, nella riga destinata alle annotazioni, scrissi con lettere strette: “Sono incinta. Mi hanno sepolta in giardino. Non andartene.”
Mio marito se ne accorse quando mancavano soltanto due parole.
Mi strappò il foglio, lo accartocciò e lo gettò nel secchio pieno d’acqua.
«Rifalla.»
Sua madre rise, convinta che avessero cancellato il messaggio.
Io guardai il blocchetto rimasto nelle mani del fattorino.
La pressione della penna aveva attraversato il primo foglio.
Lui tornò al cancello, consegnò il pacco e disse al fattorino che ero indisposta. Lo scooter si allontanò senza che nessuno facesse domande.
Per alcuni minuti sentii soltanto il motore diventare sempre più debole.
Mio marito mi rimise la terra intorno al braccio e si chinò vicino al mio viso.
«Adesso resterai qui finché non avrai imparato.»
Ma poco dopo il rumore dello scooter ricomparve.
Il fattorino tornò con due vicini che abitavano oltre il muro del cortile. Teneva sollevata la copia del modulo, sulla quale il mio messaggio era rimasto impresso parola per parola.
Mio marito si piazzò davanti al cancello.
Il fattorino non arretrò.
«La firma che avete distrutto è ancora qui», disse. «E adesso ci fate entrare.»
Scrivi AIUTO e continuerò.
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Il fattorino sollevò la copia davanti al cancello e i due vicini smisero di ascoltare le scuse di mio marito. Uno aprì il chiavistello dall’esterno; l’altro corse da me e cominciò a scavare con una pala appoggiata al muro.
Mio marito tentò di afferrarlo, ma il fattorino gli mostrò il modulo e disse che altre persone sapevano già dove si trovava.
Quando la terra liberò il mio torace, riuscii finalmente a inspirare senza sentire il peso del terreno contro il bambino. Una vicina mi avvolse in una coperta e chiamò un’ambulanza, mentre la madre di mio marito si precipitava verso la veranda.
«Non lasciatele prendere quella scatola», dissi.
La donna si fermò davanti alla confezione della carrozzina con entrambe le mani sul nastro verde.
Uno dei vicini la aprì.
Dentro non c’era nessuna carrozzina.
C’era la prima confezione dei miei integratori, ancora sigillata, insieme al foglio che mio marito voleva farmi firmare. Sopra il pacco era stata fissata una nota scritta a mano.
Riconobbi la calligrafia di mio marito.
“Non darle niente finché non firma. Deve capire che anche il bambino dipende da noi.”
Lui disse che era soltanto una frase scritta per spaventarmi, ma sua madre cercò di strappare il foglio prima che gli altri potessero leggerne il fondo.
Il fattorino lo prese per primo.
Sotto quella frase ce n’era un’altra, aggiunta con una penna diversa: “Se domani non firma, niente ambulanza anche se iniziano le contrazioni.”
La seconda calligrafia apparteneva a sua madre.
In quel momento capii che non stavano aspettando soltanto la mia firma. Avevano già deciso quanto avrebbero lasciato peggiorare le mie condizioni per ottenerla.
Scrivi AIUTO e pubblicherò la Parte 3.
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