Il precedente addetto non parlò come un uomo in fuga. Disse che il responsabile lo aveva mandato a casa dopo che lui si era rifiutato di firmare una ricevuta in bianco per due mensilità mai consegnate.
Il collegamento tra il marcatempo e il timer dell’irrigazione non era un segreto: anni prima, su ordine dello stesso responsabile, il vecchio addetto lo aveva montato perché il turno notturno iniziasse automaticamente quando partiva l’acqua. Alla fine del giro, però, era sempre lui a timbrare l’uscita a mano.
«Guardate il cartellino», disse al telefono. «Prima del giorno in cui mi hanno cacciato, ogni entrata ha un’uscita. Dopo, ci sono solo entrate.»

Il sostituto girò il cartoncino verso il responsabile. La colonna di destra si interrompeva di colpo; quella di sinistra continuava, notte dopo notte, con lo stesso inchiostro violaceo.
Il responsabile rispose che il precedente addetto aveva lasciato acceso il sistema per vendetta. La voce al telefono non alzò il tono. Chiese soltanto chi avesse tenuto la chiave del quadro elettrico e chi avesse continuato a chiudere ogni sera l’ufficio.
Il sostituto aveva già visto quella chiave nel mazzo del responsabile.
«Se domattina il direttore trova questo cartellino», disse il responsabile, «tu non avrai più un lavoro.»
Il nuovo addetto prese il proprio cartellino, lo inserì nel marcatempo e abbassò la leva. La parola USCITA comparve accanto all’ora.
Poi posò le chiavi dell’ufficio sul tavolo.
«Meglio perdere un posto oggi che diventare il prossimo uomo che fate sparire sulla carta», disse.
Dall’altra parte della linea, il precedente addetto promise che sarebbe arrivato prima dell’apertura. Il responsabile guardò il cartellino ancora inserito e capì che, per la prima volta, il costo della sua versione dei fatti non sarebbe ricaduto su un assente.
Allungò la mano verso il marcatempo, ma il sostituto si spostò tra lui e il tavolo.
Non alzò la voce e non lo minacciò. Gli disse soltanto che il cartellino sarebbe rimasto dov’era fino all’arrivo del direttore, esattamente nella posizione in cui era stato trovato.
Il responsabile replicò che un uomo appena assunto non aveva il diritto di trattenere documenti dell’ufficio.
«Non lo sto portando via», rispose il sostituto. «Sto impedendo che sparisca anche questo.»
La frase colpì il precedente addetto più di quanto lasciasse capire dal telefono.
Per settimane aveva immaginato che il cartellino fosse stato strappato, bruciato o sostituito. Aveva lasciato il proprio numero sul retro perché non poteva portarlo con sé senza dare al responsabile l’occasione di accusarlo di aver falsificato le presenze.
Il suo piano dipendeva da una persona che non conosceva ancora: chiunque fosse stato assunto dopo di lui e avesse avuto abbastanza cura da potare anche il lato nascosto della siepe.
Il responsabile staccò il cavo del telefono dalla presa.
La voce scomparve, ma la promessa era già stata fatta.
Il sostituto rimise il cartellino del predecessore nella fessura, lasciò il proprio accanto alle chiavi e si sedette sulla panca di legno davanti al piccolo locale di servizio.
Il responsabile gli ordinò di andarsene.
Lui rispose che il turno indicato dal suo contratto era terminato, ma che sarebbe rimasto sul vialetto aperto al pubblico finché il direttore non fosse arrivato per il controllo mensile annunciato quella mattina.
«Allora scriverò che hai abbandonato il lavoro», disse il responsabile.
Il sostituto indicò il proprio cartellino con l’uscita appena timbrata.
«Ho lasciato l’incarico davanti a lei e all’ora esatta. Questa volta il marcatempo dice la verità.»
Il responsabile chiuse l’ufficio e si allontanò portando con sé il mazzo di chiavi, ma non poteva rimuovere il cavo senza riaprire il quadro elettrico davanti al sostituto.
Durante la notte, il nuovo addetto rimase vicino alla siepe con la giacca da lavoro sulle spalle.
Non sorvegliava tombe né cercava presenze nel buio. Sorvegliava una macchina ordinaria che qualcuno aveva trasformato in una voce per chi non era più lì.
Poco prima dell’apertura, un uomo con una vecchia giacca da lavoro comparve lungo il vialetto di ghiaia.
Aveva il passo di chi conosceva ogni curva del percorso, anche se esitò quando vide il locale di servizio dietro la siepe.
Il sostituto si alzò e gli chiese se fosse il precedente addetto.
L’uomo non rispose subito.
Guardò il marcatempo attraverso i rami tagliati, poi vide il proprio cartellino ancora inserito e appoggiò due dita sul bordo del metallo.
«Credevo che l’avesse tolto la prima sera», disse.
Il responsabile riapparve dall’ufficio e lo accusò di essere entrato senza permesso.
Il precedente addetto rimase sul vialetto e gli ricordò che era stato chiamato da un dipendente ancora in servizio nel momento della telefonata.
Il responsabile indicò il cartellino del sostituto e disse che quell’uomo si era già licenziato.
«Esatto», rispose il precedente addetto. «Eppure il suo turno ha un’uscita. Il mio continua ad avere soltanto entrate.»
Il direttore arrivò poco dopo, con il registro mensile sotto il braccio e l’espressione di chi si aspettava una verifica ordinaria.
Il responsabile gli andò incontro per primo e disse che due ex dipendenti stavano tentando di costruire un’accusa usando un vecchio impianto difettoso.
Il sostituto non raccontò tutta la storia.
Mostrò il marcatempo, il cavo diretto al quadro dell’ufficio e le due colonne del cartellino.
Poi chiese al precedente addetto di spiegare soltanto ciò che aveva fatto personalmente.
L’uomo ammise di aver installato il collegamento automatico anni prima.
Quell’ammissione diede al responsabile il primo vero sollievo della mattina.
«Avete sentito?» disse al direttore. «Ha costruito lui il sistema. Poteva lasciarlo acceso per far sembrare che lavorasse ancora.»
Il precedente addetto spiegò che l’automatismo non era stato creato per inventare turni.
Quando partiva l’irrigazione serale, il marcatempo registrava l’ingresso perché lui si trovava già dall’altra parte del cimitero ad aprire le valvole. Alla fine del controllo, tornava al locale di servizio e timbrava manualmente l’uscita.
Il direttore esaminò la prima parte del cartellino.
Ogni entrata automatica aveva accanto un’uscita segnata a orari diversi, coerenti con la durata variabile dei giri.
Poi arrivava una data precisa.
Da quel punto in avanti, le uscite cessavano e rimanevano soltanto entrate identiche, una per ogni notte.
«Perché non hai disattivato il timer quando te ne sei andato?» chiese il direttore.
Il precedente addetto guardò il responsabile.
«Perché il quadro era nell’ufficio e la chiave non era mia.»
Il direttore chiese chi avesse conservato quella chiave.
Il responsabile sollevò il proprio mazzo e disse che potevano esistere vecchie copie.
Il sostituto intervenne soltanto per ricordare ciò che aveva visto la sera precedente: il responsabile era arrivato alla siepe prima ancora che lui entrasse nell’ufficio, già con la chiave del quadro nella mano.
Il responsabile sostenne che stava semplicemente facendo il giro di chiusura.
Il direttore non lo contraddisse, ma chiese perché il precedente addetto fosse stato definito irraggiungibile.
«Ha cambiato numero», rispose il responsabile. «Abbiamo provato a contattarlo.»
Il sostituto girò il cartellino e mostrò il numero scritto sul retro.
Il direttore entrò nell’ufficio, collegò di nuovo il telefono e compose quelle cifre.
Nella tasca della vecchia giacca da lavoro partì una suoneria.
Il precedente addetto estrasse il telefono e lo posò sul tavolo senza parlare.
Il responsabile disse che un numero scritto a penna non provava da quanto tempo fosse attivo.
Il direttore gli chiese allora di spiegare perché, la sera prima, avesse tentato di impedire la chiamata invece di verificare finalmente il contatto.
«Volevo evitare una scenata», rispose.
Il precedente addetto lo fissò con un’espressione più stanca che arrabbiata.
«Mi hai chiamato scomparso perché era più semplice che chiamarmi non pagato.»
Il direttore aprì il riepilogo amministrativo preparato per la chiusura mensile.
Le ultime due mensilità del precedente addetto non risultavano riscosse, ma nemmeno formalmente rifiutate. Erano state lasciate in sospeso, in attesa di una firma che non era mai stata raccolta.
Il responsabile spiegò che il pagamento non poteva essere chiuso senza una ricevuta completa.
Il precedente addetto disse che gli era stata presentata una pagina vuota, con la promessa che gli importi sarebbero stati aggiunti dopo.
Aveva chiesto di vedere le cifre prima di firmare.
Il responsabile gli aveva risposto che, senza fiducia, non avrebbe ricevuto nulla e non avrebbe più lavorato nel cimitero.
Il direttore domandò perché non fosse stata registrata una cessazione regolare.
Il responsabile disse che aveva sperato di richiamarlo dopo pochi giorni, quando la tensione si fosse calmata.
«Nel frattempo», aggiunse, «non potevo lasciare il turno notturno scoperto.»
Il sostituto indicò il cartellino.
«Non lo avete coperto. Avete lasciato che una macchina dicesse che era coperto.»
Il responsabile si difese sostenendo che nessun denaro era stato sottratto e che il cimitero aveva continuato a funzionare.
Secondo lui, il marcatempo aveva mantenuto aperta una posizione mentre cercava qualcuno disposto ad accettare il lavoro.
Il direttore guardò il contratto del sostituto, poi gli chiese quali mansioni gli fossero state assegnate.
«Solo manutenzione diurna», rispose. «Mi è stato detto che la notte risultava già coperta.»
Il responsabile ammise di averlo assunto in prova perché il bilancio non consentiva ancora una seconda posizione completa.
Per qualche minuto, la spiegazione sembrò ridurre tutto a una scelta amministrativa sbagliata: un turno lasciato aperto, un pagamento bloccato e una macchina dimenticata dietro una siepe.
Il precedente addetto, però, chiese al direttore di osservare l’ultima uscita vera sul cartellino.
Era più tarda di tutte le precedenti.
Quella notte aveva terminato il giro, era tornato nell’ufficio e aveva chiesto ancora una volta le due mensilità arretrate.
Il responsabile gli aveva ordinato di firmare la ricevuta incompleta e di continuare a coprire da solo le notti fino all’arrivo di un sostituto.
Quando lui aveva rifiutato, gli aveva detto di lasciare le chiavi e restare a casa finché non fosse stato richiamato.
«Non mi ha detto che ero licenziato», spiegò il precedente addetto. «Mi ha detto che, se fossi tornato senza permesso, avrebbe scritto che avevo abbandonato i cancelli durante il turno.»
Il direttore si voltò verso il responsabile.
Quell’uomo non negò subito.
Disse che aveva avuto bisogno di tempo, che il personale era insufficiente e che ammettere una notte senza copertura avrebbe creato problemi più grandi.
Il sostituto capì allora perché il cartellino non era stato semplicemente lasciato acceso per errore.
Continuando a registrare le entrate del predecessore, il responsabile poteva sostenere che il turno fosse formalmente occupato. Se durante la notte qualcosa non avesse funzionato, il nome sul cartellino sarebbe stato quello dell’uomo mandato via.
Il precedente addetto non era stato soltanto cancellato dal lavoro reale.
Era stato lasciato nel registro abbastanza a lungo da poter ricevere anche la colpa di ciò che avveniva in sua assenza.
Il responsabile disse che nessun guasto grave si era verificato e che, quindi, nessuno aveva subito un danno concreto.
Il precedente addetto appoggiò la mano sul proprio cartellino.
«Io ho passato settimane a chiedermi se avreste usato il mio nome contro di me. Questo è un danno concreto.»
Il direttore chiese perché non avesse denunciato subito la situazione alla direzione.
L’uomo rispose che non aveva una copia del cartellino e che il responsabile controllava l’accesso al locale di servizio.
Se avesse portato via il documento, sarebbe stato accusato di furto o manomissione. Se fosse tornato senza invito, sarebbe diventato l’uomo che si introduceva nel cimitero dopo essere sparito.
Così aveva scritto il proprio numero sul retro e aveva lasciato il cartellino nella macchina.
Non sapeva quando sarebbe stato assunto un sostituto, ma sapeva che soltanto un altro addetto alla manutenzione avrebbe avuto un motivo per aprire quella siepe.
Il responsabile si rivolse allora al nuovo addetto.
Gli offrì di annullare le dimissioni, trasformare la prova in un contratto stabile e pagargli una maggiorazione per le notti future.
In cambio, avrebbe dovuto dichiarare che il marcatempo era stato trovato scollegato e che il precedente addetto avrebbe potuto riattivarlo personalmente.
Il direttore gli disse di smettere, ma l’offerta aveva già chiarito ciò che nessun discorso avrebbe potuto rendere più evidente.
Il responsabile non stava cercando di correggere il registro.
Stava cercando un nuovo nome disposto a sostenerlo.
Il sostituto prese il proprio cartellino dal tavolo e lo porse al direttore con l’uscita appena impressa.
«Non voglio essere assunto per confermare una cosa che so essere falsa», disse. «Se il posto esiste davvero, deve avere orari veri e una persona vera.»
Il direttore gli chiese se fosse disposto a lasciare il cartellino del predecessore per una verifica interna.
Il sostituto non decise al posto dell’uomo coinvolto.
Estrasse il cartoncino dal marcatempo e lo consegnò direttamente al precedente addetto.
«È il suo nome», disse. «Scelga lei cosa farne.»
L’uomo rimase con il documento tra le mani.
Avrebbe potuto pretendere che la storia fosse raccontata a tutti, ma disse di non volere spettacolo né vendetta.
Chiese tre cose precise: che il registro indicasse la vera data dell’ultimo turno, che le due mensilità fossero verificate e pagate, e che nessun’altra persona venisse registrata automaticamente mentre non era presente.
Il direttore accettò di mettere per iscritto quelle richieste e sospese immediatamente l’uso del vecchio marcatempo.
Tolse inoltre al responsabile la gestione delle presenze fino alla conclusione della verifica, senza fingere che una discussione nel locale di servizio potesse sostituire un procedimento completo.
Il responsabile consegnò la chiave del quadro.
Non chiese scusa subito.
Disse che aveva lavorato per anni cercando di mantenere aperto il cimitero con risorse sempre più strette e che aveva avuto paura di ammettere di non poter coprire ogni turno.
Il precedente addetto lo ascoltò.
«La paura spiega perché hai cominciato», disse. «Non spiega perché hai continuato dopo avermi mandato via.»
Il responsabile abbassò lo sguardo verso la fila di entrate senza uscita.
Quella volta non tentò di prendere il cartellino.
Nelle settimane successive, la verifica confermò che le mensilità erano rimaste sospese e che il turno notturno era stato attribuito al precedente addetto anche dopo la sua esclusione dal lavoro.
Le somme dovute gli vennero consegnate attraverso il normale procedimento dell’ufficio, accompagnate da una correzione scritta della data di cessazione.
Il documento non diceva più che si era allontanato senza spiegazioni.
Registrava che aveva rifiutato una ricevuta incompleta e che non era stato richiamato in servizio.
Il responsabile non tornò a gestire chiavi, turni o cartellini mentre la direzione decideva le conseguenze del suo comportamento.
Il nuovo addetto ricevette una seconda proposta di lavoro, questa volta senza condizioni segrete.
Prima di accettare, chiese che fossero scritti gli orari diurni, le eventuali notti, la persona autorizzata a modificare i turni e il modo in cui ogni variazione sarebbe stata comunicata.
Il direttore non gli promise che non ci sarebbero mai più stati problemi.
Firmò regole che rendevano più difficile nasconderli dietro il nome di qualcuno.
Il precedente addetto scelse di non tornare al vecchio posto.
Una mattina accompagnò comunque il sostituto lungo i vialetti e gli mostrò dove l’irrigazione perdeva pressione, quali siepi crescevano più in fretta e quale serratura richiedeva una spinta prima di girare la chiave.
Non lo fece perché l’ufficio glielo aveva chiesto.
Lo fece perché il nuovo addetto aveva protetto il suo cartellino quando sarebbe stato più conveniente consegnarlo e conservare il lavoro.
Prima di andarsene, tornarono insieme al locale dietro la siepe.
Il vecchio cavo era stato rimosso dal quadro e il marcatempo era stato spostato all’interno dell’ufficio, in un punto visibile a chi entrava e a chi usciva.
Il nuovo addetto inserì il proprio cartellino.
Aspettò che l’ora fosse corretta, poi abbassò personalmente la leva e controllò l’impronta.
Il precedente addetto teneva il vecchio cartellino piegato nella tasca della giacca, insieme alla ricevuta delle mensilità finalmente chiuse.
Quando uscì dal cancello, nessuna macchina timbrò al posto suo.
Il nuovo addetto rimase accanto al marcatempo finché la leva non tornò in posizione, poi prese il mazzo di chiavi registrato a suo nome e iniziò il proprio turno.