L’odore di marcio nella Sala Trauma 2 era insopportabile Teptep

Dal rivestimento umido uscirono decine di piccole larve pallide, insieme a pezzi di garza annerita che si staccarono dalla gamba e finirono ai miei piedi.
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Il bambino non urlò.
Guardò soltanto il pavimento e strinse i denti come se avesse già imparato che mostrare dolore poteva peggiorare le cose.
Sua sorella maggiore, ferma vicino alla porta, fece un passo verso di lui.
«Posso portarlo a casa appena avete finito?»
Alzai gli occhi.
«No.»
Sul lato del gesso rimasto ancora intatto c’era una piccola casa disegnata a penna, con due figure davanti alla porta; quando iniziai a rimuovere l’ultimo strato, il bambino afferrò il bordo della barella.
«Non arrabbiatevi con lei», disse.
La sorella abbassò immediatamente lo sguardo.
Quella frase mi preoccupò quasi quanto quello che avevo appena visto.
Sotto il gesso la pelle era lesionata e infiammata, e il cattivo odore diventava più forte a ogni centimetro scoperto.
Chiesi da quanto tempo il gesso fosse in quelle condizioni.
«Da qualche giorno», rispose la ragazza.
Il bambino la guardò.
Lei cambiò risposta.
«Forse una settimana.»
Poi il telefono nella tasca della sua felpa cominciò a vibrare.
Lo tirò fuori, vide il nome sullo schermo e rifiutò la chiamata così velocemente che quasi le cadde di mano.
Non dissi nulla, ma il bambino aveva visto anche lui.
«Non rispondere», mormorò.
La ragazza infilò di nuovo il telefono in tasca.
Completai la rimozione mentre il personale preparava ciò che serviva per trattare la gamba, poi chiesi alla sorella di sedersi.
Lei rimase in piedi.
«Davvero non possiamo andare via?»
«Tuo fratello deve restare.»
Per la prima volta perse la calma.
«Io non posso lasciarlo qui.»
Non sembrava arrabbiata.
Sembrava terrorizzata.
Il bambino allungò una mano e lei gliela prese immediatamente, con un gesto così automatico che capii che lo faceva da molto prima di quella notte.
Aprii la documentazione disponibile per capire quando fosse stato applicato il gesso.
La ragazza disse ancora che non ricordava bene.
Poi sullo schermo comparvero le date.
Mi fermai.
Quel gesso non era lì da qualche settimana.
Era stato applicato undici settimane prima.
E nella documentazione comparivano due controlli che non erano mai avvenuti.
Guardai la ragazza.
Lei vide la mia espressione e capì che la sua storia era appena finita.
Scrivi NONNA e continuerò.
(So che vuoi sapere come continua. Prosegui nei commenti qui sotto. Scrivi ‘NONNA’ nei commenti e lascia un “Mi piace” per leggere la storia completa.)
La ragazza abbassò lo sguardo quando le mostrai le date. Quel gesso era stato applicato undici settimane prima e due controlli risultavano mancati. «Lo so», disse finalmente. «Mamma doveva portarci. Poi se n’è andata.»
Il bambino si sollevò appena sulla barella.
«Non è colpa sua.»
Sua sorella gli strinse la mano.
Mi spiegò che da settimane erano rimasti praticamente soli e che lei aveva cercato di occuparsi del fratello senza dire a nessuno cosa stava succedendo.
Quando il gesso aveva cominciato a emanare cattivo odore, aveva provato a tenerlo asciutto e pulito dall’esterno.
Poi erano comparsi dolore e febbre.
Quella sera aveva avuto troppa paura per continuare ad aspettare e lo aveva portato in pronto soccorso.
«Perché non hai chiesto aiuto prima?»
Il telefono vibrò ancora.
Questa volta rimase abbastanza a lungo sul tavolo perché vedessi il nome.
NONNA.
Era già la quarta chiamata.
La ragazza lo capovolse.
«Mamma ci ha detto di non parlarle.»
«Perché?»
«Diceva che se avesse saputo che eravamo soli avrebbe cercato di portarci via.»
Il bambino chiuse gli occhi.
Poi disse qualcosa che fece voltare sua sorella di scatto.
«Io voglio che rispondi.»
Lei rimase immobile per alcuni secondi.
Quando il telefono vibrò di nuovo, lo prese con entrambe le mani e accettò la chiamata.
Non disse neppure pronto.
Dall’altro capo arrivò una voce agitata, abbastanza forte da sentirsi nella stanza.
«Dove siete? Vi sto cercando da tre settimane.»
La ragazza diventò pallida.
Sua madre non aveva soltanto lasciato due ragazzi senza spiegazioni.
Aveva fatto credere alla loro nonna che non fossero più lì.
Scrivi NONNA e pubblicherò la Parte 3.
RISPONDI “NONNA” SE VUOI CONTINUARE A LEGGERE LA STORIA COMPLETA NELLA PARTE 3

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